The Walking Dead 1° ST

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The Walking Dead 1° st

Trama: in un anno qualsiasi, non futurista, c’è un’epidemia che trasforma gli esseri umani in zombie, il pericolo non è stato contenuto e invade tutto il globo. La storia è incentrata su un gruppo di sopravvissuti.
Faccio una lunga premessa. Gli zombie hanno molte analogie con i vampiri, sono dei morti viventi, secondo me però sono la versione splatter dell’elegante e sofisticata creatura notturna che in fondo ti succhia solo qualche goccia. Mentre il mito del vampiro è millenario e trascendente tutte le culture, lo zombie è più recente. Il vampiro ha una coscenza, cattiva secondo alcuni, ma sa chi è chi è, da dove viene, il vampiro è il mito dell’eterna giovinezza ad un costo molto alto. Gli zombie non sono cattivi per loro volontà, ma rispondono ad un semplice stimolo: cibo. Quindi “sarebbero” cattivi per loro natura. La trama della serie è grosso modo lo stesso dei film di Romero e come quest’ultimo si chiede e ci chiede: chi sono i veri cattivi? a che punto ci possiamo spingere, annullando la nostra etica per sopravvivere? la vera natura umana si rivela per quella che è annulando millenni di cultura e civiltà ? Romero per il suo “La notte dei morti viventi” si è ispirato a “Io sono leggenda” quel meraviglioso trattato di filosofia e politica di Matheson (chi dice il contrario è solo un finto snob che considera l’horror un passatempo e non uno dei linguaggi più arguti sui massimi sistemi della vita) ma i suoi vampiri li ha resi più splatter e senza coscenza appunto perchè tutta l’attenzione dev’essere sui sopravvissuti. Comunque, serie molto bella, cucita bene, bella la fotografia. Per i puristi, quì gli zombie corrono ma va da se che nel 2010 (anno di messa in onda di questa serie) anche loro si sono “evoluti”. L’ho già detto che il mio personaggio preferito è Daryl?

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Locke di Steven Knight (2013)

 

Il film con meno attori che fino a ieri avevo visto era The Big Kahuna, 3, con un bellissimo monologo entrato nella storia del cinema. Poi è arrivato Locke di Steven Knight , un solo attore, un bravissimo Tom Hardy, unità di tempo e luogo, una macchina che in un’ora e mezza di notte percorre un’autostrada che porta a Londra. Ivan Locke prima di mettersi alla guida aveva tutto, una famiglia, un lavoro in cui è stimato e rispettato, a destinazione perderà tutto, consapevolmente, ma non la sua coerenza. Il protagonista va dritto per la strada che ha deciso di prendere, lo fa per mantenere se stesso pulito, lo fa sapendo che dopo non si può tornare indietro, sacrificando quello che sono i suoi affetti. Ivan Locke è un capocantiere responsabile della costruzione di un palazzo, le cui fondamenta sono la più grande opera edile non militare di tutta Europa, ma a poche ore dall’inizio della colata di cemento Locke sta andando a Londra, dove sta per nascere suo figlio, frutto di una fugace notte di solitudine. Lo fa per “ripulire il suo cognome”, scopriamo infatti che anche lui da bambino è stato abbandonato dal padre, un essere che rappresenta tutto ciò che lui non vuole diventare. Dal telefono del suo SUV cerca di gestire i pezzi della sua vita tra il cantiere, la sua famiglia, e le notizie da Londra, su tutto il volto segnato di Hardy e le mille luci sfocate delle auto e dei lampioni. Il film scorre molto bene, gestisce bene il ritmo del racconto nonostante una certa e prevedibile monotonia delle inquadrature e scenografia. Ci sono molti parallelismi e metafore, sembrano scontati ma rimarcano i pochi, semplici ma coesi valori del protagonista.

Trailer qui

 

 

Blue Jasmine di Woody Allen (2013)

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Blue Jasmin di Woody Allen  (2013)

Jasmine, vero nome di Jeanette, è una donna nevrotica e lo capiamo subito dopo due battute, capiamo che è ricca per abbigliamento e atteggiamento, e nell’incipt ci dice subito che lei ha perso tutto marito e soldi e da New Jork sta andando da sua sorella a San Francisco. Jasmine non sta bene, vediamo nel viso sofferente di Cate Blanchett che ha molte difficoltà, parla da sola, ha un serio problema con l’alcool, ammette lei stessa di soffrire di ansia e depressione. Attraverso dei flashback scatenati di volta in volta da una parola o situazione, ripercorriamo alcuni episodi di Jasmine di quando era ricca, felicemente sposata, con una vita sociale brillante. Vediamo caderle il mondo a pezzi, molto piccoli. Sembra difficile provare empatia per Jasmine, una donna ricca e snob che ha perso tutto, sarebbe facile fare paragoni tra chi aveva poco ed ha peso anche quel poco. Allen ha fatto una grande scommessa a puntare su un personaggio così in tempi di crisi. Il cinema d’autore e non coglie la crisi economica che sta attraversando il mondo occidentale e chi più e chi meno ne parla nei suoi film. Allen è andato oltre, ha scelto una donna ricca e attraverso di lei ci racconta la vera crisi occidentale, quella dei valori. La (s)fiducia, la (s)lealtà, l’amore, Allen sembra affidarli al caso come in Match Point. La vita di Jasmine si manteneva su bugie e ambiguità, i soldi e la sua fedeltà del marito, e quando prova a cambiare e tornare a “galla” lo fa ancora circondandosi di bugie, costruendo un mondo di menzogne. Non c’è redenzione per Jasmine, non ancora. C’è tanto Allen, c’è una fotografia meravigliosa, c’è una colonna sonora piena di jazz, ci sono alcuni dialoghi pieni di spirito e umorismo ma c’è molta tristezza.

Anni felici (anno 2013) di Daniele Luchetti

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Anni felici (anno 2013) di Daniele Luchetti

Siamo negli anni 70, c’è un’ordinaria famiglia di genere (madre, padre, due figli, un contorno di parenti) che si sta sgretolando. Due persone così vicine, così appassionate che nel loro stesso fuoco bruciano. Gelosie, incomprensioni, ci sta un pò di tutto. Ci stanno amori lesbici, performance artistiche ardite (ma siamo negli anni 70 cosa ci può essere di ardito? un corpo nudo è ardito? )ci sta Kim Rossi Stuart. Ecco io non so se sia bravo ma so che è bello, ma bello che mi annebbia qualsiasi giudizio. Forse però la sua magrezza comincia a far impressione. Nel vederlo così ossuto mi è venuto in mente che negli USA per far vincere gli Oscar, gli attori devono ingrassare da noi dimagrire. A parte questo è stato un piacere vederlo in questo film, perchè Luchetti si sofferma tantissimo con la videocamera sui primi piani dei suoi protagonisti. E’ lì, gli gira attorno, li sfida continuamente a mantenere la tensione altissima e noi con loro partecipiamo a questa sfida, soffriamo, ridiamo, ci sorprendiamo. Micaela Ramazzotti è bella e in questi ruoli da mamma ci sta bene, quando i registi decideranno di metterne in luce anche la bravura che facessero un fischio per avvertirci. Un’ultima considerazione. Questo è il quarto film che vedo dall’anno scorso in cui sullo sfondo c’è l’arte e il suo mondo. Spesso è proprio l’arte contemporanea è il pretesto per smuovere la storia ed elaborare soluzioni emotive molto forti. Nell’ordine di apparizione sono stati: La migliore offerta di Tornatore (qui si trattava del mondo del commercio dell’arte), La grande bellezza (quale migliore passatempo può essere per un giornalista dedito alla vita mondana che non gli happening artistici), Senza arte nè parte commediola con Salemme (è del 2011 ma l’ho recuperato solo l’estate scorsa). Mi tremano i polsi al pensiero che qualche sceneggiatore Rai possa scoprire che è spensibile in prima serata la vita di qualche artista non necessariamente trapassato. Oppure che intorno a una galleria d’arte possano incastrarsi amori, passioni, tradimenti, denaro, e quindi propinarci “Un artista in famiglia” oppure “Tele tagliate rosse” o “Ho sposato un artista”. Spero che questa moda non attecchisca a Viale Mazzini.

Via Castellana Bandiera

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Via Castellana Bandiera

Un film di Emma Dante, 2013

L’inizio e la fine di questo film sono un qualcosa di spettacolare, specialmente il finale che sembra non finire mai. Due donne s’incontrano/scontrano nella via che da il titolo al film. La via è stretta e una delle due deve retrocedere per far passare l’altra, ma nessuno delle donne vuole farsi da parte. In un continuo rimandi di sguardi che sembrano presi dai western scorre intorno alla vicenda tutta una serie di secondi personaggi che riescono anche a rubare la scena. Una, Samira, anziana albanese bistrattata dal genero che ha perso una figlia, l’altra, Rosa, siciliana trapiantata a Milano che non vuole andare a trovare la madre. In questo scontro generazionale ma che diventa più uno scontro privato con il proprio passato e un presente che non si sa accettare. Donne che si sfidano senza violenza, quella è riservata agli uomini, donne forti, coraggiose nel loro modo di affrontare la vita. Elena Cotta è meravigliosa in questo film, eleganti i suoi movimenti che donano poesia ad un personaggio sofferente.

Confessions

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Confessions

Regista Tetsuya Nakashima
Giappone, 2010

Confession è un film giapponese del 2010 arrivato in Italia sono quest’anno. Non ho visto molti film giapponesi, qualche horror e i film di Miyazaki costituiscono tutto il mio poverissimo compendio sul cinema giapponese. In conpenso la totalità dei cartoni animati con cui sono cresciuta vengono da lì. I primi 30 minuti del film, che costituiscono una specie di prologo, sono una delle cose più ansiogene mai viste al cinema. Un crescendo di suspense, da maestro del giallo, dettato dal ritmo di un monologo incurante del rumore di sottofondo, un montaggio che alterna slow motion e carrellate veloci, una fotografia fredda conducono ad una rivelazione che mette in gioco il motore del racconto. La storia è la vendetta della professoressa Moriguchi. Sua figlia è morta nella piscina della scuola dove lei insegna e lei scopre che è stata assassinata da due suoi studenti su cui si vendica. Gli eventi tra moltissimi flashback è raccontata non solo dal suo punto di vista, ma alternato a quello di altri suoi studenti e la madre di uno di questi. Questo film tiene veramente incollati alla poltrona con questi continui sbalzi narrativi non ti fanno mai entrare nel film. La freddezza della fotografia è un misto di colori scuri e di tutta la gamma del grigio, anche il poco sangue visto è freddo non vivo. La vendetta è il pretesto per parlare di una società, in questo caso giapponese, ma molto simile a tutte le società ricche. Quello che ne viene fuori è una concetto di società malato. Non ci sono rapporti di fiducia, non c’è dialogo (I ragazzi anche in classe si scambiano messaggini), l’amore non c’è o quello che sembra esserci è deteriorante. Il montaggio, il continuo cambiamento di punti di vista, rendono il film veloce, e la colonna sonora con in primis i radiohead porta lo spettatore a straniarsi ancora di più. Non si entra in empatia, il regista ci vuole tenere fuori dalla pellicola, non ci da l’happy end anzi non solo ci si pure beffa di noi.