Anni felici (anno 2013) di Daniele Luchetti

Anni felici (anno 2013) di Daniele Luchetti

Siamo negli anni 70, c’è un’ordinaria famiglia di genere (madre, padre, due figli, un contorno di parenti) che si sta sgretolando. Due persone così vicine, così appassionate che nel loro stesso fuoco bruciano. Gelosie, incomprensioni, ci sta un pò di tutto. Ci stanno amori lesbici, performance artistiche ardite (ma siamo negli anni 70 cosa ci può essere di ardito? un corpo nudo è ardito? )ci sta Kim Rossi Stuart. Ecco io non so se sia bravo ma so che è bello, ma bello che mi annebbia qualsiasi giudizio. Forse però la sua magrezza comincia a far impressione. Nel vederlo così ossuto mi è venuto in mente che negli USA per far vincere gli Oscar, gli attori devono ingrassare da noi dimagrire. A parte questo è stato un piacere vederlo in questo film, perchè Luchetti si sofferma tantissimo con la videocamera sui primi piani dei suoi protagonisti. E’ lì, gli gira attorno, li sfida continuamente a mantenere la tensione altissima e noi con loro partecipiamo a questa sfida, soffriamo, ridiamo, ci sorprendiamo. Micaela Ramazzotti è bella e in questi ruoli da mamma ci sta bene, quando i registi decideranno di metterne in luce anche la bravura che facessero un fischio per avvertirci. Un’ultima considerazione. Questo è il quarto film che vedo dall’anno scorso in cui sullo sfondo c’è l’arte e il suo mondo. Spesso è proprio l’arte contemporanea è il pretesto per smuovere la storia ed elaborare soluzioni emotive molto forti. Nell’ordine di apparizione sono stati: La migliore offerta di Tornatore (qui si trattava del mondo del commercio dell’arte), La grande bellezza (quale migliore passatempo può essere per un giornalista dedito alla vita mondana che non gli happening artistici), Senza arte nè parte commediola con Salemme (è del 2011 ma l’ho recuperato solo l’estate scorsa). Mi tremano i polsi al pensiero che qualche sceneggiatore Rai possa scoprire che è spensibile in prima serata la vita di qualche artista non necessariamente trapassato. Oppure che intorno a una galleria d’arte possano incastrarsi amori, passioni, tradimenti, denaro, e quindi propinarci “Un artista in famiglia” oppure “Tele tagliate rosse” o “Ho sposato un artista”. Spero che questa moda non attecchisca a Viale Mazzini.

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