Open Heart by Kief Davidson

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Open heart è un documentario girato nel 2012 in Africa, tra il Ruanda e il Sudan che ha ricevuto una nomination agli oscar del 2013 nella sezione “documentary short”. Kief Davidson, regista americano, ha seguito 8 piccoli ruandesi tra i 3 e i 19 anni che sono stati operati al cuore nel centro Salam di Khartoum capitale del Sudan. Attraverso le parole del dottor uno dei due cardiologi pediatri di tutto il Ruanda scopiramo la genesi della malattia cardiaca che colpisce il 60% dei bambini tra i 5 e 15 anni. Una banalissima infezione del cavo orale, una faringite, che non curata adeguatamente attacca le valvole cardiache portando poi alla morte all’avvicinarsi dell’età adulta. La telecamera di Davidson indaga molto sui volti dei protagonisti, Angelique ne è il cardine, piccola, dolcissima, in una delle sequenze che più tocca è quando parte dal suo villaggio con il padre sopra una vespetta con un enorme casco e la telecamera rallenta sulla sua determinazione e fierezza.

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Le interviste a Gino Strada, fondatore di Emergency e cardiochirurgo, raccontano la nascita del centro Salam (che significa pace) e la sua gestione, con l’espediente di far vedere al dottor la struttura anche noi ci intrufoliamo in queste stanze enormi, bianche, dotate di attrezzature modernissime, sale operatorie immacolate. La fotografia caratterizza molto bene l’asetticità della struttura operatoria, molto bianco e azzurro speculare ai colori caldi dell’Africa e i sorrisi dei bambini. La storia procede a tratti come un triller, la situazione è grave, le operazioni sono delicate e possono essere infruttuose. Ma tutto procede per il meglio tranne che per una paziente, Marie, che resterà nel centro più a lungo rispetto ai suoi amici. Il documentario si conclude con un happy end, ma è solo effimero perchè come conclude Strada “è una goccia in mezzo al deserto”.

Da questo documentario, ben girato, che non impietosisce con la lacrima facile, rende bene quella che è la situazione sanitaria africana.

Ma volevo soffermarmi sulla questione italiana in questo documentario. Noi itaGliani ne usciamo bene. Ci vantiamo di essere un paese di santi, navigatori e poeti, giusto giustissimo perchè i miracoli li sappiamo fare. Altrimenti non si spiega di come siamo riusciti a costruire “una goccia nel deserto”, a gestirla, a farla diventare un punto di riferimento per un intero continente e non solo. Gli architetti dello studio TAMassociati che hanno progettato il centro hanno vinto premi internazionale per l’eco/socio-sostenibilità del progetto. Insomma quando ci mettiamo in testa qualcosa lo sappiamo fare e non ci sono storie per nessuno. Questo dev’essere d’esempio specie in questo momento in cui siamo alla ricerca della nostra identità. Non siamo quei 4 idioti che la tvvù ci vuole propinare, siamo molto di più, abbiamo passione, abbiamo tecnica, abbiamo un cuore grande così.

Trailer

 

Via Castellana Bandiera

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Via Castellana Bandiera

Un film di Emma Dante, 2013

L’inizio e la fine di questo film sono un qualcosa di spettacolare, specialmente il finale che sembra non finire mai. Due donne s’incontrano/scontrano nella via che da il titolo al film. La via è stretta e una delle due deve retrocedere per far passare l’altra, ma nessuno delle donne vuole farsi da parte. In un continuo rimandi di sguardi che sembrano presi dai western scorre intorno alla vicenda tutta una serie di secondi personaggi che riescono anche a rubare la scena. Una, Samira, anziana albanese bistrattata dal genero che ha perso una figlia, l’altra, Rosa, siciliana trapiantata a Milano che non vuole andare a trovare la madre. In questo scontro generazionale ma che diventa più uno scontro privato con il proprio passato e un presente che non si sa accettare. Donne che si sfidano senza violenza, quella è riservata agli uomini, donne forti, coraggiose nel loro modo di affrontare la vita. Elena Cotta è meravigliosa in questo film, eleganti i suoi movimenti che donano poesia ad un personaggio sofferente.