No man’s land – site specific

Il 14 maggio c’è stata l’inaugurazione dell’installazione site specific  No man’s land (Terra di nessuno) di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle in località Contrada Rotacesta Loreto Aprutino (Pe).

Per maggiori info qui

The Walking Dead 1° ST

the20walki2015

The Walking Dead 1° st

Trama: in un anno qualsiasi, non futurista, c’è un’epidemia che trasforma gli esseri umani in zombie, il pericolo non è stato contenuto e invade tutto il globo. La storia è incentrata su un gruppo di sopravvissuti.
Faccio una lunga premessa. Gli zombie hanno molte analogie con i vampiri, sono dei morti viventi, secondo me però sono la versione splatter dell’elegante e sofisticata creatura notturna che in fondo ti succhia solo qualche goccia. Mentre il mito del vampiro è millenario e trascendente tutte le culture, lo zombie è più recente. Il vampiro ha una coscenza, cattiva secondo alcuni, ma sa chi è chi è, da dove viene, il vampiro è il mito dell’eterna giovinezza ad un costo molto alto. Gli zombie non sono cattivi per loro volontà, ma rispondono ad un semplice stimolo: cibo. Quindi “sarebbero” cattivi per loro natura. La trama della serie è grosso modo lo stesso dei film di Romero e come quest’ultimo si chiede e ci chiede: chi sono i veri cattivi? a che punto ci possiamo spingere, annullando la nostra etica per sopravvivere? la vera natura umana si rivela per quella che è annulando millenni di cultura e civiltà ? Romero per il suo “La notte dei morti viventi” si è ispirato a “Io sono leggenda” quel meraviglioso trattato di filosofia e politica di Matheson (chi dice il contrario è solo un finto snob che considera l’horror un passatempo e non uno dei linguaggi più arguti sui massimi sistemi della vita) ma i suoi vampiri li ha resi più splatter e senza coscenza appunto perchè tutta l’attenzione dev’essere sui sopravvissuti. Comunque, serie molto bella, cucita bene, bella la fotografia. Per i puristi, quì gli zombie corrono ma va da se che nel 2010 (anno di messa in onda di questa serie) anche loro si sono “evoluti”. L’ho già detto che il mio personaggio preferito è Daryl?

Mare d’inverno, San benedetto del Tronto (AP)

Locke di Steven Knight (2013)

 

Il film con meno attori che fino a ieri avevo visto era The Big Kahuna, 3, con un bellissimo monologo entrato nella storia del cinema. Poi è arrivato Locke di Steven Knight , un solo attore, un bravissimo Tom Hardy, unità di tempo e luogo, una macchina che in un’ora e mezza di notte percorre un’autostrada che porta a Londra. Ivan Locke prima di mettersi alla guida aveva tutto, una famiglia, un lavoro in cui è stimato e rispettato, a destinazione perderà tutto, consapevolmente, ma non la sua coerenza. Il protagonista va dritto per la strada che ha deciso di prendere, lo fa per mantenere se stesso pulito, lo fa sapendo che dopo non si può tornare indietro, sacrificando quello che sono i suoi affetti. Ivan Locke è un capocantiere responsabile della costruzione di un palazzo, le cui fondamenta sono la più grande opera edile non militare di tutta Europa, ma a poche ore dall’inizio della colata di cemento Locke sta andando a Londra, dove sta per nascere suo figlio, frutto di una fugace notte di solitudine. Lo fa per “ripulire il suo cognome”, scopriamo infatti che anche lui da bambino è stato abbandonato dal padre, un essere che rappresenta tutto ciò che lui non vuole diventare. Dal telefono del suo SUV cerca di gestire i pezzi della sua vita tra il cantiere, la sua famiglia, e le notizie da Londra, su tutto il volto segnato di Hardy e le mille luci sfocate delle auto e dei lampioni. Il film scorre molto bene, gestisce bene il ritmo del racconto nonostante una certa e prevedibile monotonia delle inquadrature e scenografia. Ci sono molti parallelismi e metafore, sembrano scontati ma rimarcano i pochi, semplici ma coesi valori del protagonista.

Trailer qui

 

 

Blue Jasmine di Woody Allen (2013)

Immagine

Blue Jasmin di Woody Allen  (2013)

Jasmine, vero nome di Jeanette, è una donna nevrotica e lo capiamo subito dopo due battute, capiamo che è ricca per abbigliamento e atteggiamento, e nell’incipt ci dice subito che lei ha perso tutto marito e soldi e da New Jork sta andando da sua sorella a San Francisco. Jasmine non sta bene, vediamo nel viso sofferente di Cate Blanchett che ha molte difficoltà, parla da sola, ha un serio problema con l’alcool, ammette lei stessa di soffrire di ansia e depressione. Attraverso dei flashback scatenati di volta in volta da una parola o situazione, ripercorriamo alcuni episodi di Jasmine di quando era ricca, felicemente sposata, con una vita sociale brillante. Vediamo caderle il mondo a pezzi, molto piccoli. Sembra difficile provare empatia per Jasmine, una donna ricca e snob che ha perso tutto, sarebbe facile fare paragoni tra chi aveva poco ed ha peso anche quel poco. Allen ha fatto una grande scommessa a puntare su un personaggio così in tempi di crisi. Il cinema d’autore e non coglie la crisi economica che sta attraversando il mondo occidentale e chi più e chi meno ne parla nei suoi film. Allen è andato oltre, ha scelto una donna ricca e attraverso di lei ci racconta la vera crisi occidentale, quella dei valori. La (s)fiducia, la (s)lealtà, l’amore, Allen sembra affidarli al caso come in Match Point. La vita di Jasmine si manteneva su bugie e ambiguità, i soldi e la sua fedeltà del marito, e quando prova a cambiare e tornare a “galla” lo fa ancora circondandosi di bugie, costruendo un mondo di menzogne. Non c’è redenzione per Jasmine, non ancora. C’è tanto Allen, c’è una fotografia meravigliosa, c’è una colonna sonora piena di jazz, ci sono alcuni dialoghi pieni di spirito e umorismo ma c’è molta tristezza.